Se Robert Louis Stevenson avesse potuto assistere alla partita di ieri sera tra Inter e Atalanta, sarebbe stato molto soddisfatto. Perché i 90 minuti più recupero della sfida di San Siro hanno rappresentato la quintessenza di uno dei suoi racconti più famosi: Dr Jekyll e Mr Hyde, che ha come argomento principale la doppia personalità.
Partiamo dalla squadra. Nei primi 10 minuti di gara, Toloi e compagni sembravano 11 persone prese a caso dagli spalti del “Meazza“, fatte vestire con una casacca bianca e “buttate” in campo. Per l’Inter è stato fin troppo facile trovare le due reti di Lukaku e Barella e poi gestire. Ma dal 10′ in poi l’Atalanta è tornata a essere una squadra di Serie A, rendendo equilibrato l’incontro, riaprendolo e con il torto di aver giocato un secondo tempo all’arma bianca, prendendo il definitivo 3-1 di Lautaro in contropiede.
Poi mister Gasperini. Soliti difetti tattici (era il segreto di Pulcinella che l’Inter sarebbe partita a spron battuto, solo il tecnico dell’Atalanta era evidentemente ignaro della situazione con la linea difensiva a centrocampo), ma almeno una ritrovata grinta nel motivare la squadra nel corso della partita. E con le “bombe” finali a fine partita sul suo futuro (“mi sono sentito fuori luogo, forse è arrivato il momento di…“) dette a voce calma e pacata: un’autentica “contraddizione”.
Infine, due calciatori. Partiamo da Hojlund. Verso il 20enne danese si stanno cominciando a levare voci critiche che però sembrano essere un tantinello ingenerose. Parliamo sempre di un giovane al primo anno in Italia che per motivi indipendenti da lui (infortuni e rosa corta, vero “area 51” di Zingonia?) è costretto a giocare sempre (evitando anche salutari panchine quando occorre) e a essere impiegato con caratteristiche diverse dalle sue, ossia come “centroboa” quando lui ha bisogno di sfruttare la profondità grazie alla sua velocità.
E poi Muriel. La sua doppia personalità lo si è vista ieri nel finale di partita. Prima il gol del 3-2 che solo uno con i piedi buoni come lui può realizzare. Poi, nel calcio d’angolo finale, batte corto quando ha fatto salire pure Sportiello (che gliene ha giustamente dette di ogni) in area di rigore. Davvero inspiegabile. Inutile girarci attorno. Per il colombiano è giunta la parola fine. Non solo della sua parabola atalantina, ma proprio della sua carriera da calciatore.
Inter-Atalanta 3-2, l’editoriale – Il trionfo della doppia personalità
