Atalanta-Juventus 1-2 (finale di Coppa Italia), l’editoriale – La sindrome di Gas(Cuper)ini

Si tratta di una delle frasi più trite e ritrite e delle più abusate quando si vuole affrontare un qualsivoglia discorso. Purtroppo, però, si tratta anche di una frase assolutamente vera. I numeri non mentono mai.

E i numeri dicono che ieri Andrea Pirlo ha vinto la sua seconda finale su due disputate (dopo quella di Supercoppa Italiana vinta con il Napoli), mentre Gian Piero Gasperini ne ha perse tre su tre: la Supercoppa Italiana alla guida dell’Inter contro il Milan nel 2011 e le due finali di Coppa Italia con la Lazio nel 2019 e ieri.

A questo punto, il sospetto che il Vate di Grugliasco sia un allenatore capace di ottenere un grandissimo 30 (cinque qualificazioni europee delle quali tre in Champions League consecutive non sono nulla, assolutamente, sono semplicemente Leggenda e tali rimarranno), ma che non consentirà mai all’Atalanta di fare 31, ossia di vincere manifestazioni che si basano su finali in gare secche.

La dimostrazione non deriva solo dall’interpretazione della gara di ieri, ma dall’altro ieri, vale a dire dalla conferenza stampa. Se continui a ripetere frasi del tipo: “La Coppa Italia sarebbe una ciliegina, ma la torta è ben altro” oppure “preferisco sempre la qualificazione Champions alla Coppa Italia“, logico che nello spogliatoio si insinui il tarlo: “ok, se la vinciamo bene, non la vinciamo comunque abbiamo già fatto una grande stagione“.

Sono frasi che non andrebbero mai dette se si vuole caricare un gruppo in una partita come una finale, perché inconsciamente possono indurre nella squadra degli alibi. E purtroppo Gasperini è incappato nuovamente nella sindrome di Hector Cuper. Come l’ex allenatore del Valencia e dell’Inter del 5 maggio 2002 che vanta decisamente più sconfitte che successi nelle finali, così il tecnico piemontese commette degli errori importanti nelle partite che assegnano i trofei.

Ieri, tanto per dirne due, uno tra Muriel e Ilicic avrebbe dovuto partire dall’inizio e almeno uno tra Malinovskyi e Pessina sarebbe dovuto restare in campo al 65′, per tamponare la crisi fisica che la Dea sta avendo in questo finale di stagione in questo periodo.

Proprio come accaduto sabato a Marassi, così anche ieri a Reggio Emilia l’Atalanta è scomparsa dal campo una volta raggiunto quel fatidico minuto. E se al “Ferraris”, pur soffrendo, si è portata a casa la vittoria che è valsa la terza qualificazione in Champions League, contro la Juventus il calo è risultato decisivo per la sconfitta.

Certo, altre due componenti hanno fatto la differenza in una partita equilibrata come quella di ieri (le due squadre si sono spartiti i tempi, più equilibrata di così?). Spiace dirlo, ma anche l’arbitro ha avuto il suo corso. Non ci attacchiamo al fallo o presunto tale di Cuadrado su Gosens, poiché il gol di Kulusevski è arrivato una quarantina di secondi dopo. Però, il rigore su Pessina per fallo di Rabiot è netto poiché l’atalantino stava dinanzi alla porta e non aveva alcun interesse a gettarsi in area. Massa è stato assolutamente negligente (eufemismo) in quel frangente.

E poi la cronica mancanza di concretezza dell’Atalanta. La Dea è stata sorprendentemente cinica a Genova, ma ieri almeno una delle tre occasioni capitate a Palomino, Zapata e Freuler andava messa dentro.

Peccato, quindi. L’Atalanta resta una bellissima ostrica con un guscio meraviglioso, ma la perla della Coppa anche questa volta è sfuggita. La stagione finirà domenica sera col Milan. Sì, d’accordo, sarebbe importante terminare al secondo posto. Ma non facciamo gli ipocriti. Nessuno si strapperà i capelli se la Dea dovesse perdere. Tranne Andrea Agnelli.

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