Atalanta, la convivenza possibile di valori e ambizione

Nel post partita targato Mediaset del quarto di finale in gara secca della Champions League 2019/2020 vinto in extremis e in rimonta per 2-1 dal PSG sull’Atalanta, quasi tutti gli opinionisti presenti in studio tessevano comunque le lodi della Dea per il prestigioso obiettivo raggiunto di essere tra le prime 8 d’Europa al primo tentativo. Tutti, tranne Sandro Sabatini. Quest’ultimo, noto giornalista, infatti asseriva: “No, smettiamola di dire che sia andato tutto bene. Non è andato tutto bene, se vinci 1-0 all’88’ e poi perdi 2-1 non è andato tutto bene. Per due motivi. In primis, perché non sappiamo se e quando all’Atalanta ricapiterà un’occasione del genere e poi perché si fa il male della Dea dicendo che sia andato tutto bene in quanto implicitamente le stiamo dicendo che va bene accontentarsi”.

Parole che risuonano nuovamente attuali alla luce del dibattito che – complice anche la sosta forzata del campionato di Serie A per gli impegni delle Nazionali – sta coinvolgendo la tifoseria atalantina in queste ore. Dibattito innescato da uno striscione apparso a Zingonia, dal testo: “Champions, Scudetto, Coppa Italia, ma va là, i nostri trofei sono il gioco e la mentalità”. A firmarlo, tal Elmo.

Prima o poi, si doveva arrivare a questo dilemma: “accontentarsi” (si fa per dire) delle qualificazioni europee e delle ottime figure nelle Coppe oppure provare a quagliare il momento più importante della storia dell’Atalanta rimpinguando un po’ la bacheca che, al momento, vede brillare “solo” la Coppa Italia 1962/1963 portata a casa alle spese del Torino quel 2 giugno 1963, grazie alla tripletta di Angelo Domenghini?

Le tesi di entrambe le fazioni in gioco meritano rispetto. I primi sostengono che l’Atalanta, numeri alla mano, nella maggior parte della sua storia abbia avuto la salvezza come unico obiettivo concreto (e, in alcuni casi, purtroppo, non conseguito) e quindi dobbiamo solo ringraziare società, allenatore e calciatori per quanto stiamo vivendo, senza voler per forza pretendere le vittorie. Siamo l’Atalanta, insomma, i valori vengono sempre prima.

I secondi, invece, mettono in evidenza una grandezza fisica fondamentale: il tempo. Proprio perché, sostengono, non sappiamo quando questo momento magico continuerà, è arrivato il periodo di concretizzare con almeno un successo questi anni meravigliosi. Portando ad esempio la Sampdoria di fine anni ’80, il Verona dello Scudetto, il Cagliari di Riva e via dicendo. Insomma, non è un reato essere ambiziosi.

La verità, come sempre, sta nel mezzo. Vero, siamo l’Atalanta e non dobbiamo mai dimenticarci dei nostri valori. Solo il pensiero di imborghesirci e di diventare tifosotti italiani medi capaci solo di contare (con la calcolatrice, perché se lo facessero autonomamente, campa cavallo), i trofei vinti dalle loro squadre senza pensare ad altro, ci fa venire l’orticaria. Però, allo stesso tempo, vogliamo anche tappare la bocca ai fenomeni dal ritornello facile: “bravi bravi, ma non vincete mai. A Zingonia vi è solo polvere in bacheca”. Il 19 maggio avremo un’occasione. Non sarà facile, perché della Juventus non ci si può mai fidare. Ma sarebbe bellissimo tornare a sfoggiare quella coccarda tricolore, anche se dovesse costare una partecipazione alla Champions League.

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