Questa sera l’Atalanta giocherà a Napoli per l’andata della semifinale di Coppa Italia 2020/2021. E, in omaggio al capoluogo campano, prendiamo in prestito una perla di saggezza della cultura popolare partenopea. Precisamente, un proverbio: Pure ‘e pullece tenene ‘a tosse. Traduzione: pure le pulci tengono la tosse. Proverbio che si utilizza quando una persona, sconosciuta ai più, si permette in maniera gratuita di mostrare una dote di superbia e di spocchia assolutamente non gradita.
La scorsa settimana, i tifosi dell’Atalanta hanno avuto la sfortuna di imbattersi in un esponente di questa particolare categoria: Massimiliano Farris. Totalmente sconosciuto a Bergamo, si è presentato nel post Atalanta-Lazio di Coppa Italia al posto di un Simone Inzaghi afono. In quel frangente, si è capito che fosse il secondo dell’allenatore biancoceleste. E si è anche capito che stava rosicando assai, dopo l’eliminazione delle cosiddette aquile dalla manifestazione tricolore da parte della Dea.
Un rosicare che si è trasformato nella punturina di domenica scorsa post vittoria della Lazio a Bergamo, affermando che la rivalità tra le due formazioni sia nata dopo il successo in finale di Coppa Italia di due anni fa, quella Coppa che – parole testuali di Farris- “è esposta con orgoglio a Formello“.
Una frecciata in piena regola. Ma scoccata da chi? Chi diamine è Massimiliano Farris? Innanzitutto, partiamo dalla sua carriera da calciatore. Onesto terzino sinistro che vide la Serie A col cannocchiale (appena 4 presenze nel Torino), poi la B, con Barletta, Ternana e Pisa (collezionando tre retrocessioni su tre, complimenti per il record) e tanta Serie C (ha militato nel terzo, dicasi terzo, campionato professionistico italiano per il 75% della sua carriera agonistica), prima di ritirarsi nel 2009 con il Civita Castellana.
Formazione di Serie D con la quale, nel torneo successivo, iniziò a cimentarsi nella carriera di allenatore per poi passare al Pomezia e al Pomigliano. Ecco, provate a chiedere a un tifoso della squadra dell’hinterland napoletano cosa pensa di Farris e, come minimo, vi manda a quel paese.
Il Pomigliano 2011/2012 era iscritto al girone G di Serie D. Una squadra che, per tutti gli addetti ai lavori, avrebbe potuto competere per essere una delle rivali del Salerno Calcio (la prima versione provvisoria della Salernitana di Lotito, guarda un po’ le coincidenze) per la promozione. Invece, il Pomigliano targato Farris fu un autentico cataclisma, con appena 17 punti accumulati in 16 gare e la quartultima posizione in classifica. Dopo la quinta sconfitta consecutiva, il tracollo interno dell’11 dicembre 2011 contro il Palestrina, le dimissioni inevitabile che sostituirono un esonero che sarebbe stato altrettanto inevitabile.
Quel Pomigliano fu affidato a Cosimo Francioso e in 18 partite mise a referto 36 punti, risalendo fino alla terza posizione finale. Nonostante quel disastro, Farris venne chiamato a Viterbo l’anno dopo per sostituire Biagioni e nella stagione 2013/2014 firmò per il Sora, sempre in Serie D. La formazione bianconera è, sulla carta, allestita per centrare almeno i playoff, ma in realtà Farris compie un nuovo fallimento, concludendo il campionato con un mesto undicesimo posto.
Sora rappresenta il “game over” per la sua carriera da tecnico di una Prima Squadra. Farris evidentemente fa autocritica, si rende conto di non essere tagliato per questo mestiere e accetta l’incarico di allenatore delle giovanili della Lazio. Poi diviene secondo di Inzaghi alla Primavera biancoceleste e il resto lo sappiamo.
Un curriculum, quindi, che definire poco esaltante appare quasi un eufemismo. Quindi, mister Farris, un consiglio. La prossima volta, le frecce le lasci nella faretra. Perché i dardi scagliati da un pessimo arciere sono innocui e assomigliano a ridicoli refoli di vento.
Farris, ovvero pure le pulci tengono la tosse
